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RELAZIONE CENSIS SU DONNE E AVVOCATURA

Ricerca del Censis, presentata ieri a Roma presso la Sala degli atti parlamentari, realizzata in collaborazione con l’Aiga e la Commissione pari opportunità del Cnf. (tratto da Le Newsletter di www.dirittoegiustizia.it dell'11.3.10)

PROFESSIONI/avvocati

Articoli - Quotidiano del: 11/03/2010

Pari opportunità nell'Avvocatura: vanno cambiate le regole del gioco. Ma servono quote rosa (al 30 per cento) negli organismi di categoria più significativi

Si dividono tra lavoro, figli, mariti e compagni. Brave per passione, le avvocatesse sono consapevoli delle discriminazioni nella professione forense e convinte che se una donna lo vuole davvero, possa raggiungere il successo nel lavoro. Coraggiose perché ammettono che la famiglia e i figli rappresentano comunque un ostacolo per la carriera professionale. Segno di quanto il problema delle pari opportunità sia entrato nella coscienza collettiva. Ma a dispetto dei tentativi di abbattere gli stereotipi le avvocatesse vengono ancora considerate idonee a occuparsi di “persone” più che di affari e dunque prevalentemente adatte al contenzioso di massa: controversie familiari, condominiali, contrattuali o infortunistiche. È questa la “fotografia” che emerge da una ricerca del Censis, presentata ieri a Roma presso la Sala degli atti parlamentari, realizzata in collaborazione con l’Aiga e la Commissione pari opportunità del Cnf.
Campione.
Nel corso dell’indagine sono stati raccolti 401 questionari di cui 113 a Bergamo, 97 a Reggio Emilia, 78 ad Ancona e 113 a Trani. La componente giovane dell’Avvocatura femminile costituisce la gran parte delle donne intervistate: il 78,6 per cento ha fino a quarantaquattro anni di età, distribuito per il 27,4 per cento dai ventisette ai trentaquattro anni, per il 31,3 per cento dai trentacinque ai trentanove anni, per il 22,9 per cento dai quaranta ai quarantaquattro anni. Si tratta per la maggior parte di donne sposate o conviventi (67,3 per cento), con un’alta frequenza di nubili (27,7 per cento) e una componente molto più contenuta di separate o di divorziate (4,5 per cento). Il 47,2 per cento delle intervistate non ha alcun figlio, il 26,4 per cento uno soltanto, il 22,2 per cento due e il 4,2 per cento oltre due. L’età in cui è arrivato il primo figlio si concentra nella fascia dai trenta ai trentaquattro anni (54,8 per cento): come dire che più della metà delle donne legali non aspettano di aver fatto carriera per mettere al mondo un bambino, con tutto ciò che ne deriva in termini di fatica della conciliazione tra famiglia e lavoro e di rallentamento dei percorsi di accesso ad una più solida posizione professionale.
In pillole.
La professione è una “passione” per il 49,6 per cento delle intervistate con punte fino al 52,8 per cento nel caso di donne avvocato che hanno superato i quarant’anni e del 55,3 per cento per quelle provenienti dal Nord‐Est e dal Centro, più che una scelta di opportunità. Scelgono la professione per realizzare “profitto” il 20,9 per cento e la considera un «bene per la collettività» il 9,9 per cento. Per il 25 per cento la professione è vissuta come un sacrificio perché devono conciliare al lavoro la vita familiare e perché vivono una posizione di marginalità rispetto all’avvocatura. Sulla scelta di diventare avvocato, il 59,7 per cento ha risposto che si trattava di un desiderio di sempre e il 25,3 per cento ha invece optato per questa professione per essere autonoma. I fattori riconosciuti per avere successo per il 46,3 per cento delle intervistate sono una formazione adeguata (contro il 28,8 per cento degli uomini) e sviluppare la capacità di autopromuoversi per il 28,8 per cento (contro il 21 per cento dei colleghi maschi). «Provenire da una famiglia di avvocati» può essere una condizione sì necessaria ma non sufficiente a garantire il successo della professione di avvocato donna: per il 17,7 per cento delle donne avvocato questo fattore occupa, infatti, solo il sesto posto delle preferenze. Le donne avvocato vengono contattate dalla clientela per questioni che hanno a che fare con la famiglia e i minori (68,5 per cento), con la proprietà/locazioni e condomini (55,2 per cento), con la contrattualistica (52,1 per cento), l’infortunistica (50,25 per cento) o le esecuzioni (46,5 per cento). Solo un numero particolarmente esiguo risulta coinvolto per quanto riguarda i reati societari (2,6 per cento), i reati “contro” o i conflitti “con” la pubblica amministrazione (rispettivamente il 3,8 per cento e l’8,2 per cento), le questioni bancarie (8 per cento) e le società in generale (12 per cento), aree considerate più “maschili”. Senza dimenticare poi che su 365 Ordini solo in 12 la leadership è affidata alle donne.
Sperequazione nei redditi. La disparità di trattamento rispetto ai colleghi maschi passa anche attraverso una marcata asimmetria nelle retribuzioni. Sono infatti addirittura l’85,7 per cento (ma si arriva a una percentuale dell’87 per cento nel caso delle sposate, dell’88,5 per cento nel caso delle associate e del 90,6 per cento nel caso delle professioniste che esercitano nell’Italia centrale) le donne avvocato intervistate che denunciano una capacità di guadagno nettamente differente (e in generale inferiore) rispetto agli uomini.
Soluzioni.
La via d’uscita potrebbe essere l’adozione di quote (al 30 per cento) riservate alle candidature femminili nelle elezioni degli Ordini locali, degli organismi di pari opportunità e del Consiglio nazionale forense. Perché le donne avvocato devono contare di più nelle sedi decisionali di categoria in cui si prendono provvedimenti che possono rivelarsi sensibili per il loro sviluppo. «Non sono contrario all’introduzione delle quote rosa – osserva il presidente del Cnf, Guido Piero Alpa – ma mi chiedo se non sia un segno di debolezza che possa rallentare questo processo». Quello che viviamo – continua Alpa – «è un momento difficile di grande crisi economica che colpisce soprattutto i soggetti più deboli come i giovani e le donne». Ma da parte del Consiglio nazionale forense – assicura il presidente - «c’è tutto l’impegno a contribuire a superare queste difficoltà. L’analisi della situazione, fotografata nel rapporto presentato oggi, ci è di grande utilità e si inserisce in una serie di progetti portati avanti dal Cnf come il Protocollo con il ministero delle Pari Opportunità e l’Osservatorio per i Giovani. Abbiamo apprezzato la dedizione e la fatica messi in campo per questo rapporto che è particolarmente significativo. Il lavoro da fare è cospicuo ma i dati non sono così sconfortanti».
Aspettative. «Oggi le donne avvocato – puntualizza il presidente dell’Aiga – costituiscono il 50 per cento degli iscritti agli Albi e la gran parte di queste sono giovani. Eppure negli organismi rappresentativi della categoria prevalgono numericamente in modo schiacciante gli uomini over 45. Nello stesso tempo, mediamente una donna avvocato dichiara redditi pari ad un terzo di quelli dei colleghi e la fascia reddituale al di sotto dei 12 mila euro l’anno è affollata da migliaia di giovani». Gli esiti della ricerca prosegue Sileci«hanno consentito di comprendere ciò che le colleghe si attendono dalla politica e dalla stessa categoria. E non ci si può non soffermare sulla annosa, e tuttora irrisolta, questione della governance dell’Avvocatura, ancora in prevalenza saldamente in mano ai colleghi maschi, e sulla necessità che siano messe in atto politiche fiscali attive in favore delle donne e dei giovani ed a sostegno dei loro redditi».
Autonomia difficile. Anche nell’Avvocatura c’è un “soffitto di cristallo”, costituito dalla difficoltà delle donne di diventare titolari di studio e di accedere a ruoli funzionali, come quello di consulente del giudice. L’accesso e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro non è ancora un fenomeno “normale”. Nel senso che non è né un fatto “di norma”, scontato, né un fatto “conforme alla norma”, la quale si presume debba valere allo stesso modo per tutti.
Dalle buone teorie alle proposte. Insomma, prima di formulare e proporre politiche di sostegno alle avvocate, serve cambiare le regole del gioco, quelle che attualmente fondano la professione su paradigmi del tutto maschili, nonostante la femminilizzazione crescente della categoria. Va cambiata la cultura professionale e sociale nei loro confronti. Bisogna anche creare una filiera verticale tra la Commissione nazionale Pari Opportunità del Cnf e quelle locali, al fine di definire una strategia di sostegno alle donne legali il più possibile uniforme e coesa sul territorio nazionale. Ma servono anche politiche fiscali eque, che riconoscano le diverse articolazioni del percorso professionale femminile: se una avvocatessa non fattura per particolari esigenze personali documentate, come durante una gravidanza a rischio o, all’inizio della propria attività professionale, dovrebbe godere di un regime speciale di accertamento fiscale, non diversamente da un collega che abbia problemi analoghi.
Maria Pia Camusi che ha diretto il gruppo di lavoro si chiede: «come mai le avvocatesse non riescono a rompere gli stereotipi? Perché mancano delle politiche a loro dedicate, manca un approccio strategico». E allora? Bisogna trovare il momento giusto per salire sul predellino: «quando la mia generazione – racconta, infatti, Giuseppe de Rita presidente del Censis – saliva sul tram in corsa doveva calcolare il momento giusto per prendere la spinta e mettere il piede sul predellino». Chi vivrà vedrà. (cri.cap)